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Agoraphobia

Per agorafobia s’intende l’ansia relativa al trovarsi in luoghi o situazioni da dove sia difficile (o imbarazzante) allontanarsi, oppure dove sia difficile o impossibile ricevere aiuto nel caso in cui si verifichino sintomi di un attacco di panico. Per esempio, qualora si verificasse un attacco o si presentassero alcuni sintomi di panico mentre l’interessato si trova in una chiesa affollata potrebbe essere difficoltoso uscire prima della fine della cerimonia; durante un pranzo importante sarebbe imbarazzante andarsene all’improvviso; durante un viaggio in treno sarebbe impossi­bile scendere prima della fermata successi­va; trovandosi in macchina in certe ore e in certe zone è possibile rimanere bloccati da un ingorgo e non potersi allontanare dall’auto; viaggiando in autostrada sareb­be necessario attendere il casello successi­vo per poter invertire la marcia e tornare a casa o raggiungere un ospedale. Situazioni di questo tipo vengono evitate del tutto oppure vengono affrontate solo con la pre­senza di un accompagnatore oppure ven­gono affrontate e sopportate con disagio e con l’ansia continua che possa insorgere prima o poi un attacco.

 

Storie

“Ciao mondo, sono tornata …. ritornata a vivere a 48 anni … tuttavia non vivo ancora pienamente come vorrei perché sto lottando giorno per giorno. Non riesco a raccontare con precisione come ho fatto a diventare agorafobica. Sono scivolata in questa condizione giorno dopo giorno e quando mi sono accorta di avere un problema serio, non ero più in grado di tornare indietro, mi vergognavo a chiedere aiuto per paura che qualcuno potesse conoscere il mio segreto. Volevo parlare, ma mi vergognavo a dire le cose che mi venivano in mente. Non volevo essere giudicata. Mi sono nascosta ed ho trascurato la mia salute … ho smesso di prendermi cura di me stessa. Pensavo che il mio disagio non sarebbe mai finito. La vita in quelle condizioni era difficilissima. Mia figlia era sempre al mio fianco nelle rare occasioni nelle quali mi avventuravo fuori casa, soprattutto per la necessità di cure mediche. Nonostante avessi dolori fisici escludevo a priori la possibilità di uscire, per quanto fosse forte il dolore che provavo … il dolore di affrontare il mondo esterno era maggiore. Avevo un problema ai denti e provavo dolori fortissimi … avevo il volto stravolto dal gonfiore di un ascesso ed era urgente una visita dentistica. In quella occasione uscii di casa … le gambe mi tremavano, il cuore martellava, le mani sudavano e mi mancava il fiato. Dopo aver esaminato le mie radiografie, il dentista mi disse che con quella infezione non avrebbe lavorato, mi prescrisse dei farmaci e mi disse di ritornare dopo 10 giorni. Quei dieci giorni sembrarono il conto alla rovescia della mia esecuzione. Ogni giorno passava alla velocità della luce. La paura divenne sempre più forte. Quando arrivò il giorno di uscire iniziai a prepararmi quattro ore prima … soprattutto per discutere con me stessa. Quando il dentista mi vide, stavo tremando e sudando copiosamente. Parlò con me per qualche minuto, spiegando cosa avrebbe fatto e mi disse che avrei dovuto rilassarmi. Mi disse inoltre che sembravo molto giù e che avrei dovuto parlare con qualcuno. Ero stata scoperta. Il mio segreto non era al sicuro come pensavo. Pensai che tre mesi prima il mio medico mi aveva detto che sembravo depressa e mi aveva consigliato degli antidepressivi. Oggi so che gli antidepressivi non sarebbero stati la soluzione più adatta. Fuori casa provavo fortissima ansia ed avevo il timore di svenire in situazioni di affolla­mento, in luoghi chiusi o su mezzi pub­blici. Da anni non riuscivo più a spostarmi da sola in auto, in treno, in autobus … non riuscivo a dormire da sola di notte e non potevo restare sola in casa. Ogni volta che ero costretta ad uscire di casa pensavo «Se guido da so­la e mi sentirò male, nessuno potrà aiutar­mi»; «Se sto male in treno o in autobus, non potrò scendere»; «Devo vigilare co­stantemente sulle mie sensazioni fisiche»; «I giramenti di testa significano che sto per svenire»; «Sono una persona debole che ha bisogno di aiuto». Poi iniziavano le vertigini, i gira­menti di testa, i pensieri catastrofici, che mi facevano immediatamente ricercare un posto sicuro o la vicinanza di mia figlia … tutto finiva immediatamente appena a casa … poi anche l’interno della casa divenne insicuro… Mi sentivo senza speranza … poi mi parlarono di psicoterapia cognitivo comportamentale. Cominciai a pensare che dovevo fare qualcosa e dissi a mia figlia che avevo bisogno di aiuto. Mi guardò con gli occhi in lacrime e mi disse <Mamma, sto cercando di aiutarti in ogni modo, non so cos’altro posso fare> Le dissi che avevo bisogno di un professionista … Quando mi recai dallo psicologo tremavo ma mi sentivo anche speranzosa. Il dottore e io parlammo per un bel po’ … finalmente riuscii a parlare del mio segreto e trovai il coraggio di fare la fatidica domanda: <dottore pensa che io sia pazza?>. Il dottore si chinò verso di me e mi disse: <Lei non è pazza>. Sorrisi e tirai un sospiro di sollievo. Il mio terapeuta mi aiutò a gettare le basi per tutte le strategie da seguire. Mi insegnò a respirare correttamente ed a rilassarmi, e ad ogni sessione mi sentivo più forte. Poi dovevo fare i miei homework, lavorare a casa. Il mio compito fu quello di stilare un elenco di tutti i miei obiettivi. Andare al supermercato da sola, andare in autobus, andare in terapia e tornare a casa da sola. Mi sentivo orgogliosa e forte, ma allo stesso tempo mi resi conto che avevo ancora del lavoro da fare. Oggi non mi nascondo più, ma la mia lotta continua. Ci sono ancora sfide da affrontare … non mi nasconderò più. Ho scelto di affrontare le mie paure confidando nella forza dei risultati che ho ottenuto”.

 

Agorafobia

La caratteristica essenziale dell’agorafobia è la paura, intensa, innesca­ta dalla reale o anticipata esposizione ad un’ampia gamma di situazioni quali : utilizzare i trasporti pubblici (come automobili, bus, treni, navi o aerei) trovarsi in spazi aperti, (come parcheggi, mercati o ponti); trovarsi in spazi chiusi (come negozi, teatri o cinema) stare in fila oppure essere tra la folla o essere fuori casa da soli. In tali situazioni, gli individui hanno pensieri circa il fatto che potrebbe accadere qualcosa di terribile, pensano che potrebbe essere difficile fuggire da tali situazioni (per es., “non posso uscire da qui”) oppure che potrebbe non essere disponibile soccorso (per es., “non c’è nessuno che possa aiutar­mi”) quando si verificano sintomi di panico (vertigini, svenimento e paura di morire ecc.) o altri sintomi invalidanti o imbarazzanti (vomitare e sintomi dell’intestino irritabile, la paura di cadere oppure, nei bambini, un senso di disorientamento e di sentirsi persi). Due sono dunque le componenti dell’agorafobia: l’ansia che viene esperita e le condotte di evitamento. Le condotte di evitamento costituiscono la componente centrale del disturbo agorafobico. Di fatto, per ogni persona con questo problema è pos­sibile tracciare una linea di demarcazione tra “zone sicure” e “zone pericolose”: le zo­ne sicure sono definite dalla vicinanza alla propria casa o ad una persona significati­va. Ne seguono evitamenti sistematici e li­mitazioni più o meno gravi delle possibi­lità di spostamento e dell’autonomia per­sonale. Tutto ciò comporta modifiche an­che rilevanti nella vita della persona. Si passa da limitazioni abbastanza lievi (ad esempio, non fare certi viaggi se non ac­compagnati) a limitazioni più gravi che ostacolano il recarsi al lavoro o addirittura la piccola autonomia di spostamenti nel quartiere da parte di una casalinga. Nei casi estremi, questo disturbo con­duce il paziente a vivere come un recluso in casa propria e a dipendere in tutto dal­la collaborazione dei familiari. Esempi di comportamenti di protezione sono il por­tare con sé degli ansiolitici da assumere in caso di ansia, un telefono cellulare da uti­lizzare per chiedere aiuto, ecc. La percentuale di individui con agorafobia che riferiscono attacchi di panico o di­sturbo di panico precedente l’esordio dell’agorafobia varia dal 30% nei campioni di popolazione a più del 50% nei campioni in trattamento. La media generale di età di esordio dell’agorafobia è di 17 anni, anche se l’età di esordio senza precedenti attacchi di panico o disturbo di panico è di 25-29 anni. L’Agorafobia, in assenza di idonei interventi, difficilmente sparisce. La bassa prevalenza di agorafobia nei bambini potrebbe riflettere le difficoltà nel ri­portare i sintomi; inoltre, gli adolescenti, in particolare i maschi, possono essere meno disposti rispetto agli adulti a parlare aperta­mente delle paure e dell’evitamento agorafobici.

 

Quanto è frequente e quali sono i fattori di rischio

Ogni anno, circa l’1,7 % degli adolescenti e adulti riceve una diagnosi di agorafobia. Le femmine hanno il doppio di possibilità rispetto ai maschi di soffrire di agorafobia. Il di­sturbo sembra riguardare circa il 2-3% delle persone appartenenti alla popolazio­ne generale. Tra i fattori più studiati messi in relazione allo sviluppo di agorafobia rivestono un ruolo importante quelli :

  • temperamentali (inibizione comportamentale, affettività negativa, sensibilità all’ansia);
  • ambientali (eventi negativi in età infantile – separazione, morte di un genitore – e altri eventi stressanti – essere attaccati o aggrediti – clima fami­liare caratterizzato da ridotto calore e aumentata iperprotettività);
  • genetici e fisiologici (l’ereditabilità dell’agorafobia è del 61%).

 

Interventi e trattamenti

La terapia cognitivo comportamentale dell’agorafobia prevede l’implementazione di programmi di

  • ristrutturazione cognitiva; attraverso la quale la persona mette in discussione alcuni pensieri specifici;
  • esposizione in vivo – nelle sue moltepli­ci varianti – che è la procedura più diffusa e più efficace nel trattamento comportamentale dell’agorafobia; i programmi di esposizione includono solitamente un ventaglio di si­tuazioni-stimolo facenti parte della “zona di pericolo” della persona che, in un primo momento, viene accompagnata sul luogo specifico delle sue paure in modo da poter esercitare le pratiche di autocontrol­lo;
  • prescrizioni comportamentali, pratiche graduate (costruzione di gerarchie di situazioni evitate), home-work ed attività svolte in assenza di figure terapeutiche o di altre persone che fungono da “rassicu­razione”;
  • Intervento a livello domiciliare dove la figura professionale è so­stituita da una collaborazione strettamen­te programmata dei familiari.

Altre strategie di derivazione cognitivo comportamentale comportano l’attivazione di:

  • cambiamenti nello stile di vita e percorsi di auto-aiuto;
  • programmi di auto aiuto attraverso specifici manuali o software computerizzati;
  • rilassamento muscolare progressivo e le tecniche di respirazione diaframmatica.

Gli approcci farmacologici, utilizzati, come trattamento esclusivo in combinazione la terapia cognitivo comportamentale, prevedono la somministrazione di inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina (SSRI). Questi farmaci originariamente sviluppati per curare la depressione, si sono dimostrati efficaci anche su altri disturbi tra i quali gli attacchi di panico e i pensieri ossessivi. Questi farmaci a volte presentano effetti collaterali quali : diminuzione del desiderio sessuale, visione offuscata, diarrea o costipazione, agitazione o sudorazione eccessiva. Questi effetti collaterali tuttavia, tranne in rari casi, scompaiono con l’assunzione prolungata del farmaco.

 

Bibliografia

A.Galeazzi, P.Meazzini (2004). Mente e comportamento. Trattato italiano di psicoterapia cognitivo-comportamentale. Giunti

American Psychiatric Association (APA) 2013. Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders (Dsm5)

 

12/05/2020

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