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Anche se tu non la stai usando, il tuo paziente probabilmente sì

Come l’intelligenza artificiale sta già entrando nel setting clinico, prima ancora che il terapeuta decida di occuparsene.

Introduzione

Per molto tempo il dibattito sull’intelligenza artificiale è sembrato riguardare soprattutto la tecnologia: strumenti, software, automazione, innovazione. Oggi, però, la questione non è più confinata a ciò che fanno gli esperti di informatica o i grandi attori del digitale. L’IA è entrata nel linguaggio quotidiano, nelle abitudini di ricerca, nei processi di scrittura, nello studio, nel lavoro e, sempre più spesso, anche nei modi in cui le persone provano a comprendere se stesse.

È qui che la psicologia clinica e la psicoterapia vengono interpellate in modo diretto. Non solo perché esistono nuovi strumenti potenzialmente utilizzabili in ambito sanitario, ma perché il paziente arriva sempre più spesso al colloquio dopo essersi già confrontato con contenuti, spiegazioni, test, sintesi, ipotesi diagnostiche o persino scambi pseudo-dialogici mediati da sistemi digitali generativi. Il webinar SSPB parte esattamente da questa trasformazione: l’IA sta entrando nella pratica clinica, nella documentazione, nel monitoraggio e nella riflessione professionale, ma richiede una competenza critica e responsabile, capace di mantenere centrale la relazione terapeutica e la supervisione umana.

Webinar online gratuite della SSP Basilicata “Psicoterapia ai tempi dell’IA”

La domanda, allora, cambia radicalmente.
Non è più soltanto: lo psicoterapeuta userà o non userà l’intelligenza artificiale?
La domanda diventa: che cosa succede quando il paziente vive già dentro un ambiente mentale e relazionale attraversato dall’IA?

Il paziente non arriva più “vergine” al colloquio

Chi lavora clinicamente conosce bene un fatto semplice: il paziente non entra mai in seduta come una pagina bianca. Arriva con narrazioni, interpretazioni, paure, letture precedenti, spiegazioni ricevute da altri, categorie culturali già assorbite. Oggi, a tutto questo, si aggiunge un nuovo interlocutore silenzioso ma potentissimo: il sistema conversazionale digitale.

Molte persone chiedono già all’IA di spiegare sintomi, distinguere tra ansia e depressione, interpretare comportamenti, suggerire ipotesi sul proprio funzionamento psicologico, riformulare messaggi relazionali, dare parole a emozioni confuse, proporre strategie di regolazione o di comunicazione. Questo non significa che l’IA stia facendo psicoterapia. Ma significa che sta già partecipando alla costruzione del pre-setting, cioè di quel campo simbolico, cognitivo ed emotivo che precede l’incontro clinico.

In questo senso, la tecnologia non è più soltanto uno strumento esterno. È una delle mediazioni attraverso cui il soggetto pensa se stesso.

Perché questo cambia il lavoro del clinico

Questa trasformazione ha implicazioni importanti. Un paziente che arriva in seduta dopo aver ricevuto dall’IA una spiegazione plausibile del proprio malessere non arriva soltanto con un’informazione in più. Arriva con una cornice. E ogni cornice produce effetti: orienta l’attenzione, seleziona ciò che appare rilevante, rafforza certe ipotesi, ne oscura altre, organizza aspettative.

Il clinico potrebbe quindi trovarsi sempre più spesso davanti a persone che:

  • hanno già una lettura preformata del proprio problema;
  • hanno già ricevuto un linguaggio per descriverlo;
  • hanno già sperimentato una forma di risposta immediata, disponibile e apparentemente non giudicante;
  • arrivano con una soglia diversa di attesa verso la relazione terapeutica.

Questo è uno dei punti più interessanti e delicati. La psicoterapia non incontra più soltanto il sintomo o la domanda del paziente. Incontra anche il modo in cui quella domanda è stata digitalmente pre-elaborata.

Il problema non è solo l’errore: è l’effetto di verosimiglianza

Uno degli aspetti più insidiosi dei sistemi generativi è che possono produrre risposte fluide, coerenti, persuasive e ben strutturate anche quando sono incomplete, imprecise o inappropriate. In ambito sanitario, questo è già considerato un tema di sicurezza e governance. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha richiamato esplicitamente la necessità di supervisione umana, trasparenza, protezione dei dati, accountability e controllo dei rischi nell’uso dei modelli generativi in salute. Ethics and governance of artificial intelligence for health: Guidance on large multi-modal models.

In ambito clinico, però, c’è qualcosa di ancora più sottile. Il pericolo non consiste soltanto nel fatto che una risposta possa essere sbagliata. Consiste nel fatto che possa apparire soggettivamente giusta. Possa “suonare vera”. Possa agganciarsi al bisogno della persona di trovare rapidamente un ordine, una definizione, una formula che dia sollievo alla complessità.

La clinica sa bene che una spiegazione troppo rapida può essere rassicurante e fuorviante allo stesso tempo. Il problema, allora, non è solo verificare se l’IA “indovini” o meno. È comprendere quale effetto produce sul modo in cui il soggetto si racconta, si interpreta e si consegna alla relazione terapeutica.

Tra supporto e sostituzione: il confine va difeso con precisione

Il razionale del webinar insiste con chiarezza su un punto: l’IA può rappresentare un supporto alla pratica clinica, ma non può sostituire il giudizio professionale dello psicologo o del medico. Questo confine non va difeso con slogan, ma con rigore.

Le principali prese di posizione internazionali vanno nella stessa direzione. L’American Psychiatric Association afferma che l’“augmented intelligence” può offrire opportunità concrete, per esempio nel supporto alla documentazione clinica, nell’identificazione di rischi o nella gestione di alcune funzioni operative, ma ribadisce che questi sistemi devono restare subordinati al giudizio clinico, a standard di qualità e a responsabilità professionali ben definite. Position Statement on the Role of Augmented Intelligence in
Clinical Practice and Research.

Questo significa che il punto non è negare le utilità possibili. Il punto è evitare una confusione di livelli.
Un sistema può aiutare a organizzare informazioni.
Può forse contribuire a monitorare pattern o sintomi.
Può assistere in alcuni compiti.
Ma non abita la responsabilità clinica.
Non sostiene eticamente una decisione.
Non assume la complessità transferale e relazionale del processo terapeutico.
Non risponde come soggetto responsabile dentro un incontro umano reale.

La salute mentale è un campo ad alta complessità, non un problema di sola efficienza

Le review internazionali più recenti sui large language models in salute mentale mostrano un quadro interessante ma prudente. Da un lato, esistono potenziali applicazioni in screening, monitoraggio, supporto psicoeducativo, sintesi di informazioni e interazioni linguistiche su larga scala. Dall’altro, l’efficacia clinica reale resta ancora incerta, e gli stessi studiosi sottolineano lacune nella valutazione, nei criteri di sicurezza, nella generalizzabilità e nella robustezza degli studi. A scoping review of large language models for generative tasks in mental health care.

Questo è cruciale per chi lavora nella psicoterapia. La salute mentale non è un settore in cui basta “funzionare abbastanza bene” in media. È un campo in cui contano il contesto, la vulnerabilità, la storia soggettiva, la relazione, il rischio, il non detto, la contraddizione, la temporalità. In altri termini: è un campo in cui l’efficienza informativa non coincide con la comprensione clinica.

Per questo il dibattito serio non dovrebbe chiedersi soltanto quanto l’IA sappia rispondere bene, ma anche che cosa non vede, che cosa non regge, che cosa non può assumere come compito umano e professionale.

Una nuova competenza clinica: ascoltare anche il rapporto del paziente con l’IA

Da tutto questo emerge una conseguenza pratica importante: nei prossimi anni il clinico dovrà probabilmente sviluppare una sensibilità nuova. Non soltanto verso i sintomi e le narrazioni del paziente, ma anche verso il suo rapporto con gli strumenti digitali che contribuiscono a organizzarle.

Potrebbe diventare sempre più utile chiedersi:

  • il paziente usa strumenti di IA per interpretare il proprio vissuto?
  • che tipo di fiducia attribuisce a questi strumenti?
  • cerca in essi rassicurazione, struttura, linguaggio, conferma, compagnia, orientamento?
  • arriva in terapia con una domanda già irrigidita da risposte premature?
  • oppure trova in questi strumenti un pretesto per avvicinarsi, per la prima volta, a una domanda di cura più consapevole?

Non si tratta di demonizzare. Si tratta di leggere clinicamente. Perché il rapporto del paziente con l’IA potrebbe diventare, in molti casi, non un dettaglio marginale ma un dato significativo del suo modo di regolare l’incertezza, cercare contenimento, organizzare il senso o evitare il rischio dell’incontro.

Perché serve formazione adesso

Il programma scientifico del webinar SSPB affronta proprio i nodi che oggi contano davvero: definizione e storia dell’IA, sviluppo dei sistemi conversazionali, principali strumenti generativi, applicazioni nella psicologia clinica e nella salute mentale, evidenze scientifiche disponibili, confronto tra supporto umano e supporto digitale, limiti etici, bias algoritmici, gestione dei dati sanitari e ruolo della supervisione umana nei processi decisionali.

Questo impianto è importante perché evita due errori opposti: l’entusiasmo ingenuo e il rifiuto ideologico. La formazione serve proprio a questo: non a “fare amicizia” con la tecnologia, ma a costruire criteri migliori per capire dove può essere utile, dove è pericolosa, dove deve essere limitata e dove impone una ridefinizione del pensiero clinico.

Per approfondire ( *sezione con i link* )

Per collocare il tema in un quadro internazionale solido, questi riferimenti sono particolarmente utili:

  • World Health Organization – guida sui modelli generativi e multimodali per la salute, con enfasi su supervisione umana, sicurezza, governance e responsabilità.
  • American Psychiatric Association – position statement sul ruolo dell’augmented intelligence in psichiatria.
  • npj Digital Medicine (2025) – scoping review sui large language models per la salute mentale, utile per distinguere promesse, applicazioni e limiti ancora aperti.

Conclusione

Forse la domanda più utile, oggi, non è se l’intelligenza artificiale entrerà nella psicoterapia.

In parte, ci è già entrata.
Non necessariamente come strumento del terapeuta.
Ma come presenza culturale, cognitiva e linguistica nel mondo del paziente.

Ed è proprio per questo che il compito della clinica diventa più esigente, non meno.
Perché se aumenta la disponibilità di risposte, aumenta anche il bisogno di discernimento.
Se cresce la velocità dell’interpretazione, cresce il valore di uno spazio che sappia ancora sostare, pensare, ascoltare e assumersi responsabilità.

Un’occasione per aprire bene la domanda

Il webinar online  “Psicoterapia ai tempi dell’IA” in programma per venerdì 24 aprile 2026 alle ore 17.00, nasce proprio dall’esigenza di aprire questo discorso in modo serio, aggiornato e clinicamente orientato. L’incontro mette in dialogo competenze differenti ma complementari: intelligenza artificiale, psicologia clinica, psicoterapia cognitivo-comportamentale e riflessione sul rapporto tra tecnologie digitali e salute mentale.

Più che offrire risposte semplicistiche, l’obiettivo è fornire criteri per orientarsi. E oggi, forse, è già molto. Perché nella velocità del discorso pubblico sull’IA, la vera competenza non consiste nell’avere opinioni forti, ma nel saper formulare domande migliori.

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