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----- WEBINAR GRATUITO -----

Protocollo Transdiagnostico (UP) nell’era digitale

Prof.ssa Azucena García-Palacios

Universitat Jaume I (UJI)

Perché partecipare

Strategie pronte all’uso

Mindfulness, flessibilità cognitiva, azione opposta, esposizioni: protocolli e worksheet immediatamente applicabili.

Approccio che unifica i disturbi emotivi

Il modello transdiagnostico (UP) offre una cornice unica per ansia, depressione, panico e comorbidità.

Demo guidate

Sequenze passo‑passo con ostacoli tipici (evitamento, rimuginio) e soluzioni operative.

Implementazione online/blended

Setup su Zoom, homework digitali e monitoraggio: linee guida pratiche per la telepsicologia.

Valore formativo

Attestato SSPB + accesso alla registrazione e ai materiali didattici del webinar.

Posti limitati: registrazione gratuita necessaria per avere materiali e attestato.

Cosa imparerai

Programma

cosa imparerai

Relatrice - Prof.ssa Azucena García-Palacios

Professoressa Ordinaria di Psicologia Clinica all’Universitat Jaume I (UJI), direttrice del laboratorio LABPSITEC (dal 2018). Si occupa di tecnologie per la salute mentale (e‑health), realtà virtuale e trattamenti transdiagnostici. È autrice/coautrice di numerose pubblicazioni internazionali su VRET e su interventi digitali per i disturbi emotivi.

Pubblicazioni selezionate

  • García-Palacios, A., Hoffman, H., Carlin, A., Furness, T. A. III, & Botella, C. (2002). Virtual reality in the treatment of spider phobia: A controlled study. Behaviour Research and Therapy, 40(9), 983–993. https://doi.org/10.1016/S0005-7967(01)00068-7
  • Botella, C., Fernández-Álvarez, J., Guillén, V., García-Palacios, A., & Baños, R. M. (2017). Recent Progress in Virtual Reality Exposure Therapy for Phobias: A Systematic Review. Current Psychiatry Reports, 19(7), 42. https://doi.org/10.1007/s11920-017-0788-4
  • Díaz-García, A., González-Robles, A., García-Palacios, A., Fernández-Álvarez, J., Castilla, D., Bretón, J. M., Baños, R. M., Quero, S., & Botella, C. (2021). Negative and Positive Affect Regulation in a Transdiagnostic Internet-Based Protocol for Emotional Disorders: Randomized Controlled Trial. Journal of Medical Internet Research, 23(2), e21335. https://doi.org/10.2196/21335
  • González-Robles, A., García-Palacios, A., Baños, R. M., Riera, A., Llorca, G., Traver, F., Haro, G., Palop, V., Lera, G., Romeu, J. E., & Botella, C. (2015). Effectiveness of a transdiagnostic internet-based protocol for the treatment of emotional disorders versus treatment as usual in specialized care: study protocol for a randomized controlled trial. Trials, 16, 488. https://doi.org/10.1186/s13063-015-1024-3

Moderatore - Dott. Antonio Matteo Bruscella

Psicologo Psicoterapeuta CBT — Direttore SSP Basilicata
Presidente ALPTC (Associazione Lucana di Psicologia e Terapia Cognitivo-Comportamentale);
Socio ordinario AIAMC.
Docente in scuole di specializzazione (Istituto Walden; Centro per lo Studio della Personalità – CSP). aiamc.it
Master in Neuropsicologia clinica e sperimentale (Univ. di Verona). Disturbi ossessivo compulsivi –
Aree cliniche: disturbi d’ansia, DOC, dipendenze; protocolli evidence-based e approccio transdiagnostico.

Approfondimento

La terapia online (LI-CBT/iCBT guidata) amplia l’accesso con percorsi brevi e strutturati; la presenza resta centrale quando i bisogni sono complessi. L’obiettivo non è scegliere, ma integrare i livelli di cura con criteri di invio chiari e monitoraggio degli esiti.

Online e presenza differiscono per intensità, setting e profondità: l’online è strutturato e focalizzato su abilità; la presenza consente riformulazione, lavoro sui processi e gestione della complessità (rischio, comorbidità, dinamiche relazionali).

Quadri lievi–moderati, alta motivazione, obiettivi circoscritti, bisogno di strumenti pratici e flessibilità. Esempi: ansia generalizzata lieve, depressione lieve, insonnia con protocolli brevi, prevenzione ricadute.

Comorbidità rilevanti, rischio autolesivo/suicidario, instabilità clinica, trauma complesso, gravi problemi di regolazione emotiva o fallimenti di percorsi a bassa intensità.

Triage iniziale → decisione condivisa → revisione a 4–6 settimane con misure di esito → eventuale step-up (presenza) o step-down (mantenimento online). Ruoli chiari tra guida online e terapeuta in stanza.

Moduli su evitamento esperienziale, intolleranza dell’incertezza, ruminazione e abilità di regolazione; esercizi tra le sessioni, incontri sincroni brevi di guida; integrazione con blocchi in presenza quando emergono ostacoli.

Approfondimento

Nel cambiamento personale non basta “muoversi”: senza una direzione chiara il rischio è consumare energie restando sempre nello stesso punto. Il goal setting psicologico permette di trasformare il caos in una mappa di obiettivi concreti, collegando emozioni, pensieri e azioni. In terapia, definire bene gli obiettivi non è solo organizzazione: è un modo per regolare le emozioni, dare senso allo sforzo e rendere visibile il progresso.

Avere molti obiettivi non è sinonimo di chiarezza, anzi spesso crea sovraccarico e frammentazione.
In ottica psicologica il problema non è la quantità, ma:

  • mancanza di priorità (tutto sembra urgente, niente è davvero importante);

  • obiettivi tra loro in conflitto (“voglio fare carriera” vs “voglio meno stress”);

  • obiettivi definiti in modo vago (“voglio cambiare vita”, “voglio stare bene”).

Il risultato è un movimento continuo senza una direzione stabile: la persona si stanca, si giudica “inconcludente” e le emozioni (ansia, frustrazione, senso di fallimento) aumentano.

Non tutti gli obiettivi hanno lo stesso peso. Alcuni nascono da pressioni esterne (“dovrei”, “ci si aspetta che…”), altri da valori personali (ciò che per me è significativo, anche a lungo termine).
Per capire se un obiettivo è davvero importante può essere utile chiedersi:

  • “Se nessuno mi giudicasse, questo lo vorrei ancora?”

  • “Tra 5 anni sarò contento di aver investito energie qui?”

  • “Questo obiettivo parla di chi sono e di chi voglio diventare?”

Gli obiettivi radicati nei valori reggono meglio frustrazione e fatica; quelli basati solo sul bisogno del momento tendono a svuotarsi quando l’emozione iniziale si spegne.

Un obiettivo troppo alto (irrealistico per tempo, risorse o condizioni di vita) aumenta ansia e senso di inadeguatezza: la persona vive ogni passo come “non abbastanza” e conferma le proprie credenze di fallimento.
Un obiettivo troppo basso, invece, non attiva motivazione né senso di sfida: la persona si annoia, si sente “spenta” e non sperimenta crescita.

In terapia lavoriamo per trovare una zona ottimale di difficoltà: obiettivi sfidanti ma raggiungibili, che permettono di:

  • sperimentare piccoli successi;

  • aggiornare le credenze negative su di sé;

  • costruire un’autostima basata su evidenze reali, non su autosvalutazioni.

“Voglio cambiare” è un buon punto di partenza, ma non è ancora un piano.
Il passaggio chiave è tradurre il desiderio in azioni osservabili, rispondendo a domande semplici:

  • Che cosa farò esattamente? (comportamento descrivibile, non solo stato interno)

  • Quando e quanto spesso lo farò?

  • Come saprò che sto avanzando? (indicatori concreti, non solo “sentirmi meglio”).

Spezzare l’obiettivo in micro-step settimanali rende il cambiamento meno intimidatorio, riduce la procrastinazione e permette di celebrare progressi reali, anche se piccoli.

In terapia gli obiettivi non sono un contratto rigido, ma una bussola dinamica.
Possono essere usati per:

  • concordare cosa è realistico aspettarsi dal percorso (tempi, focus, limiti);

  • monitorare nel tempo cosa sta cambiando e cosa no (anche con scale e brevi questionari);

  • aprire conversazioni sulla motivazione, sugli ostacoli e sulle ricadute.

Rivedere gli obiettivi non significa fallire, ma aggiornare la rotta alla luce di nuove informazioni: cambiamenti nella vita, nuove consapevolezze, priorità che emergono.
In questo modo il goal setting diventa un processo condiviso e flessibile, non una lista di “compiti” da svolgere.

Approfondimento

Spesso viviamo le emozioni come “problemi da risolvere”: qualcosa da controllare, zittire, eliminare. In realtà le emozioni sono prima di tutto informazioni: segnali rapidi su ciò che conta per noi, su cosa è minacciato, su quali bisogni non sono ascoltati. Il problema non è provare emozioni intense, ma non saperle leggere. Quando impariamo a decodificarle, smettiamo di combatterle e possiamo usarle per orientarci meglio nelle scelte, nelle relazioni e nel lavoro su di noi.

Dire che le emozioni sono informazioni vuol dire che non sono difetti di fabbrica, ma sistemi di allarme e orientamento.
Ogni emozione, anche quella più scomoda, risponde a una domanda implicita:

  • “C’è qualcosa di importante per me in gioco?”

  • “C’è un limite superato, un bisogno non ascoltato, una minaccia percepita?”

L’emozione arriva prima delle parole e ci dice dove guardare. Il lavoro psicologico non è spegnerla, ma chiedersi cosa sta cercando di segnalare in quel momento, in quella situazione, a quella persona specifica.

L’idea “se non provassi questa emozione starei bene” sembra intuitiva, ma nel tempo si trasforma in una lotta interna infinita.
Tentativi come:

  • ignorare quello che sento (“non è niente”);

  • anestetizzarmi con lavoro, cibo, social, sostanze;

  • forzarmi a essere sempre “positivo”;

possono dare sollievo a breve termine, ma mantengono il problema: il messaggio dell’emozione non viene elaborato. Spesso, più cerco di non provare qualcosa, più quella emozione torna con maggiore intensità, sotto forma di sintomi fisici, esplosioni improvvise o blocchi.

Non tutte le emozioni rappresentano bene la realtà: alcune sono proporzionate al contesto, altre sono amplificate da esperienze passate, credenze o traumi.
La domanda non è “quest’emozione è giusta o sbagliata?”, ma:

  • “Che cosa mi sta dicendo?” (informazione di base);

  • “Questa informazione è coerente con i fatti di oggi o con una storia vecchia?”;

  • “Se ascolto questa emozione, che azione mi spinge a fare? Mi avvicina o mi allontana dalla vita che vorrei?”.

Così posso prendere sul serio l’emozione, ma scegliere consapevolmente come rispondere, invece di reagire in automatico.

  • Ansia: segnala una minaccia (reale o percepita) e il bisogno di prepararsi, proteggersi o chiedere aiuto. Diventa un problema quando porta solo evitamento e blocco.

  • Rabbia: indica un confine violato, un’ingiustizia, un “no” non espresso. Il tema è come trasformarla in assertività, non eliminarla.

  • Vergogna: punta i riflettori sulla paura di essere rifiutati o giudicati. Può aiutarci a riflettere sui nostri comportamenti, ma se è eccessiva ci fa nascondere anche quando non c’è nulla di “sbagliato” in noi.

  • Tristezza: parla di perdita, cambiamento, desideri non realizzati. È il modo con cui la mente ci invita a fare spazio al dolore, rallentare e riorganizzare le priorità.

Vederle come messaggi specifici permette di lavorarci in modo mirato, invece di metterle tutte nello stesso calderone di “emozioni negative”.

In psicoterapia il passaggio chiave è spostarsi da “come faccio a non sentire più questo?” a “cosa mi sta dicendo, e cosa posso farci?”.
Questo significa:

  • dare un linguaggio alle emozioni (nominarle, descriverne intensità, durata, contesto);

  • esplorare i pensieri e le immagini che le accompagnano;

  • osservare quali comportamenti le mantengono o le amplificano (evitamento, controllo, ritiro, esplosioni);

  • sperimentare nuovi modi di rispondere all’emozione, più vicini ai propri valori.

In questo modo le emozioni smettono di essere un “nemico interno” e diventano una fonte di dati preziosa per costruire scelte più allineate e una vita più coerente con ciò che conta davvero.

Approfondimento

Il Protocollo Transdiagnostico (UP) lavora sui meccanismi emotivi comuni a ansia, depressione e altri disturbi emotivi. Nell’era digitale possiamo integrare versioni online e ibride, mantenendo rigore CBT e monitoraggio degli esiti. L’obiettivo non è sostituire la terapia in presenza, ma aggiungere un livello strutturato e flessibile di intervento.

Perché molti pazienti non hanno “un solo disturbo”, ma più sintomi emotivi intrecciati. L’UP consente di lavorare su processi condivisi (es. regolazione emotiva, evitamento), rendendo più coerente il percorso anche in presenza di comorbidità.

Quando il quadro è sufficientemente stabile, c’è motivazione al lavoro strutturato, buona alfabetizzazione digitale e il paziente può gestire homework e moduli in autonomia, con il supporto periodico del terapeuta.

Non cambia il cuore del lavoro: alleanza terapeutica, formulazione del caso, sicurezza clinica. Il protocollo e la tecnologia sono strumenti; la responsabilità della cura resta del terapeuta.

L’UP digitale può essere usato come pre-trattamento, modulo specifico o percorso principale, a seconda del servizio. Il webinar offre una mappa iniziale; la formazione continua e la supervisione aiutano a inserirlo in modo sostenibile nella propria attività.

Informazioni pratiche

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Organizzato da SSPB in collaborazione con New Form e Learning Program. © 2025.

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